Giovedì scorso, cinque consiglieri comunali di Castrignano del Capo hanno presentato un esposto alla Procura della Repubblica di Lecce, con copia per conoscenza al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, al prefetto di Lecce e alla Corte dei Conti. L’obiettivo è chiedere un’indagine approfondita sulla gestione societaria del porto turistico di Santa Maria di Leuca, sollevando dubbi su presunti comportamenti irregolari e inadempimenti da parte dei responsabili della società mista che gestisce l’infrastruttura.
Le principali problematiche sollevate
Nel documento, i consiglieri Francesco De Nuccio e Annamaria Rosafio, del gruppo di minoranza “La svolta giusta”, insieme a Roberto Calabrese, Giulia Chiffi e Katya Pizzolante, che lo scorso anno erano usciti dalla maggioranza, pongono una serie di interrogativi. Tra le principali problematiche sollevate c’è la mancata applicazione dello statuto societario, che prevedeva la decadenza del socio fallito. I consiglieri chiedono anche chiarimenti sui danni erariali e di immagine subiti dal Comune, nonché sul motivo per cui la concessione non sia stata ancora revocata, nonostante le presunte inadempienze riscontrate nel tempo.
Un passato lungo 25 anni
Per comprendere appieno la situazione, è necessario fare un passo indietro nel tempo. Nel 1999, il Comune di Castrignano del Capo aderì a una norma regionale che permetteva l’accesso a fondi pubblici per la creazione di società miste per la realizzazione di porti turistici. Di conseguenza, nel 2008, la Regione Puglia rilasciò alla società mista “Porto turistico Marina di Leuca” una concessione cinquantennale, ma con l’obbligo di completare l’area portuale. Tuttavia, la società non ha mai realizzato le opere necessarie, a causa di difficoltà burocratiche e varianti sopraggiunte nel corso degli anni. Per ben 17 anni, la società ha gestito l’infrastruttura portuale costruita con fondi pubblici, senza rispettare gli impegni presi con la concessione.
Il fallimento del socio privato e le conseguenze per la gestione
Negli ultimi sette anni, la situazione si è ulteriormente complicata: il socio privato, Igeco Costruzioni Spa, è stato destinatario di un’interdittiva antimafia, poi sospesa, seguita dalla dichiarazione di fallimento nel 2021. Secondo quanto indicato nell’esposto, dopo la sentenza di conferma in Appello, l’applicazione dello statuto societario avrebbe dovuto portare alla decadenza naturale del socio. Tuttavia, la maggioranza del Consiglio Comunale di Castrignano del Capo ha approvato, lo scorso 6 marzo, la proposta di acquisizione delle azioni Igeco da parte della stessa società mista.
I firmatari dell’esposto contestano questa decisione, affermando che, qualora tale scenario si concretizzasse, il Consiglio di amministrazione – in cui il Comune è rappresentato da una minoranza – potrebbe decidere di rimettere le azioni sul mercato, cedendole a un nuovo socio privato. Per evitare questo, i consiglieri hanno proposto un emendamento per fare in modo che le azioni venissero acquistate esclusivamente dal Comune, che sarebbe diventato proprietario al 100% del pacchetto azionario. Tuttavia, l’emendamento è stato bocciato dalla maggioranza.
Il valore delle azioni e le implicazioni per il Comune
I curatori fallimentari hanno stimato che, negli ultimi anni, il valore delle azioni del socio privato sia aumentato del 350%, passando da 651mila a 2.130.000 euro. I consiglieri firmatari dell’esposto sottolineano che, se il Comune avesse acquistato le azioni immediatamente dopo la sentenza di fallimento, le avrebbe pagate un terzo del valore attuale.