È entrato nel vivo il procedimento penale che vede coinvolti 90 imputati legati al clan della Scu, appartenente alla frangia Pepe-Penza-Gagliardi, finiti sotto inchiesta per reati legati a traffico di droga, associazione mafiosa e altri delitti connessi. L’udienza preliminare si è svolta nell’aula bunker del carcere di Lecce, in un clima ad alta tensione e sotto stretta sorveglianza.
A seguito della complessa attività d’indagine portata avanti dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Lecce, si è conclusa la prima fase giudiziaria: 18 imputati saranno giudicati con rito ordinario, mentre 66 hanno optato per il rito abbreviato, procedura che consente lo sconto di un terzo della pena in caso di condanna. Sei persone, invece, hanno chiesto di patteggiare, opzione che sarà esaminata nelle prossime settimane.
Il giudice Stefano Sala ha accolto le richieste di rito abbreviato per la maggioranza degli indagati. A guidare il gruppo dei principali imputati ci sono Antonio Marco Penza, Santo Gagliardi e Roberta Legno, quest’ultima moglie di Penza, tutti ritenuti elementi di vertice del sodalizio mafioso.
Tra i nomi emersi spiccano anche quelli di numerosi esponenti della criminalità organizzata salentina, molti dei quali già noti alle forze dell’ordine. Le accuse si estendono a una fitta rete di presunti affiliati attivi nei comuni di Lecce, Copertino, Scorrano, Monteroni, Galatina, Muro Leccese, Trepuzzi, Cavallino, Lizzanello, Melendugno, Maglie, e in alcune province calabresi, come Reggio Calabria, Africo, Locri e Bovalino.
L’apertura del giudizio abbreviato è fissata per il 21 gennaio, data in cui sarà avviata la requisitoria della sostituta procuratrice Giovanna Cannarile, che coordina il procedimento per conto della DDA. In quella sede sarà anche valutata la posizione dei sei imputati che hanno avanzato richiesta di patteggiamento.
Il maxi processo rappresenta uno dei più imponenti procedimenti giudiziari contro la Sacra corona unita degli ultimi anni, frutto di mesi di indagini, intercettazioni e riscontri sul territorio che hanno documentato un articolato sistema criminale radicato nella provincia leccese, con ramificazioni anche fuori regione.
Secondo la DDA, il clan avrebbe gestito traffici illeciti di cocaina, eroina e hashish, oltre ad attività di intimidazione, estorsioni e controllo del territorio. L’operazione che ha portato all’arresto e al rinvio a giudizio degli imputati è il risultato di una strategia investigativa mirata a smantellare le strutture operative della mafia salentina.
Gli esiti del processo potrebbero incidere fortemente sugli equilibri della criminalità organizzata in Puglia, in particolare nel basso Salento, dove il clan aveva base e operatività.