La vicenda che ha sconvolto il Salento; la morte del piccolo Elia e il suicidio della madre. Già mesi prima del dramma, erano stati sollevati timori precisi riguardo alla stabilità emotiva di Najoua Minniti e ai rischi per il bambino. Una preoccupazione che, però, non aveva trovato accoglienza nelle sedi istituzionali competenti.
Il 16 dicembre 2024, Fabio Perrone, infermiere in servizio all’ospedale di Casarano, aveva depositato un esposto ai servizi sociali dopo un incontro con l’ex compagna. In quella circostanza, la donna avrebbe pronunciato frasi che facevano temere un gesto estremo, evocando l’ipotesi di togliere la vita a sé stessa e al figlio.
Secondo le risultanze investigative dell’epoca, le affermazioni riportate sarebbero state catalogate come prive di una reale capacità intimidatoria. Gli inquirenti avevano ritenuto che il danno prospettato non fosse credibile né attuabile, circoscrivendo il contenuto dell’esposto a un’espressione emotiva legata alla conflittualità tra i due genitori. Da qui la richiesta di archiviazione del fascicolo.
Il legale di Perrone, Mario Fazzini, aveva contestato subito questa conclusione, sostenendo che le minacce non potessero essere considerate una semplice reazione impulsiva. Secondo la difesa del padre, quei comportamenti si inserivano in una dinamica costante e preoccupante, che avrebbe meritato accertamenti più approfonditi. L’opposizione, discussa in camera di consiglio, non aveva però modificato l’indirizzo originario.
Il giudice, infatti, aveva confermato la richiesta della procura, spiegando che in un contesto di forte tensione familiare le parole della donna non potevano costituire, da sole, una base sufficiente per ipotizzare un futuro provvedimento di condanna. L’assenza di riscontri esterni e l’elevato livello di conflittualità per l’affidamento del minore erano stati ritenuti elementi decisivi per archiviare il procedimento, anche qualora le minacce fossero state effettivamente pronunciate.
Mesi più tardi, però, gli eventi hanno seguito proprio quella traiettoria temuta e raccontata in anticipo dal padre del bambino. La ricostruzione di quanto accaduto riporta inevitabilmente l’attenzione sul peso delle segnalazioni, sulle loro valutazioni e sui margini di intervento delle autorità competenti, specialmente nei casi in cui la tutela dei minori si intreccia con situazioni familiari complesse e segnali di disagio psicologico.
Il dramma che si è consumato ha riacceso interrogativi sul sistema di valutazione delle minacce in ambito familiare, sul ruolo degli esposti e sulle modalità con cui le istituzioni intervengono quando si intravedono potenziali rischi per i minori..