Pantaleo Corvino ha ripercorso la sua carriera nel colloquio con Tommaso Turci pubblicato sul profilo Youtube della Serie A
Il mestiere tanti anni fa
“Io ho iniziato 50 anni fa, sono partito dalla Terza Categoria. Ho fatto tutti i campionati, quasi tutti vinti. Si faceva calcio dal telefono di casa, con i gettoni fuori casa. C’erano le botteghe del calcio, ho avuto un maestro come Mimmo Cataldo. Durante il Torneo di Viareggio si rimaneva fino alla chiusura. Facevo delle passeggiate con Piero Agrati e imparavo con Sogliano. Ascoltavamo in silenzio per imparare”
Pregi e difetti
“Il mio pregio? La tenacia, la voglia di credere in un sogno, coltivarlo e realizzarlo. Ho passione ancora oggi, cerco di esternarla con il mio difetto, sono più autentico possibile, oggi è un difetto in questo calcio. Ma non me lo rimprovero. Analogie tra dilettanti e professionisti? Ci sono dei valori che non hanno categoria: essere leale, corretto, ciò che lo sport insegna. Devo essere sincero, ho provato le stesse sensazioni. Vincere un campionato di Terza Categoria è stato come vincere a Liverpool e arrivare in semifinale di Europa League”
Serbia
“Perche trovo talenti lì e perché nasce lì? Chi cerca trova, intanto. Se non cerchi non trovi. È fondamentale toccare le pelli con le mani, come spesso dico. Ho viaggiato tanto, ho costruito rapporti che ancora mi servono e che resistono. Il sindaco di Belgrado ha perorato la causa di farmi cittadino onorario per i calciatori serbi e del montenegro portati in Italia. Nastasic, Vucinic, Vlahovic, Ljajic, Terzic, Savic, ne ho portati tanti”.
Le virtù del Lecce
“Andare lontano è una virtù, prendere i calciatori lontano per portarti a vincere un titolo serve per qualità e potenzialità. Se vinci ma non crei calciatori per la prima squadra è sbagliato. Il Lecce con Dorgu, Berisha, Gonzalez, Burnete, e tanti altri, ha creato in pochissimi anni. Non mi rifaccio ai Vucinic, Pellé, Miccoli. Noi formiamo bene quello che nasce nel nostro territorio. L’arte del fare sta diventando un problema per gli altri. Deve essere vista come una virtù, noi non facciamo danni prendendo gli stranieri”.
Luca Toni
“Io vado orgoglioso di tanti acquisti. Dietro ogni acquisto e cessione c’è qualcosa che si nasconde. Passando dal Lecce alla Fiorentina, ho speso solo 4 volte più di 10 milioni. Ebbi paura e coraggio quando successe per Toni. Mi chiedevo ‘perché lo faccio io e non un grande club’. Non mi sbagliai. Aspettavo Toni nella prima partita di campionato contro la Sampdoria: era con la testa a terra, le spalle sul pavimento e le spalle in aria. Gli dissi ‘mi raccomando Luca segna, mi hai fatto spendere 10 milioni’. Ci fece divertire: fece 31 reti. Gli altri per cui spesi di più? Gilardino 13, Vargas a 11 e Simeone 15”.
Numeri
“Solo la lettura dei numeri non basta. L’occhio e l’udito servono molto, sono essenziali. Un calciatore può essere importante anche senza numeri, può essere un leader silenzioso, con personalità e autorevolezza. Per essere un calciatore importante puoi essere anche senza numeri”.
Procuratori
“Ad oggi i procuratori sono dei protagonisti del calciomercato. La fanno da padroni a volte. Avere una rete di rapporti, legami basati sulla stima reciproca con tutti i procuratori è importante per un direttore sportivo. Grazie a ciò portai Umtiti a Lecce, questo per far capire quanto sono importanti i rapporti”.
Istinto
“E’ una componente che conta per i direttori sportivi. Il nostro lavoro è dinamico, a volte devi lavorare d’istinto. Ti deve appartenere durante il periodo del calciomercato, sembra a volte essere in sala operatoria dove non hai tempo per sederti e devi prendere decisioni immediate e d’istinto. Paura di sbagliare? No, il coraggio serve per fare questo lavoro. Il coraggio di prendere decisioni anche d’istinto non mi ha mai preoccupato”.
Che direbbe al giovane Corvino
“Gli direi di credere nei sogni, di mantenere sempre tanta forza per realizzarli. Da giovane dopo 20 anni in aeronautica lasciai quel posto per esaudire il mio sogno e farlo diventare realtà. Sono orgoglioso di averlo fatto, il rammarico è di non averlo fatto vedere realizzato ai miei genitori, erano contrari all’inseguire il mio sogno. La tenacia fu più forte della volontà dei miei genitori. È un mio pregio. Oggi loro sarebbero soddisfatti, soprattutto mio padre. Era tifoso della Fiorentina, non ha potuto vedermi lì. Sono nato con lui calcisticamente, aveva anche il Lecce nel cuore e mi portava al Carlo Pranzo. Lo ricordo che si faceva la barba sentendo l’inno della Fiorentina. La scelta per lui? L’ho pensato, anche la voglia di misurarmi lontano da Lecce mi spinse. Ebbi soddisfazioni personali, 4 accessi alla Champions League sono state un bel traguardo”
Lecce
“Come posso non emozionarmi per Lecce e il suo territorio. Sono le mie radici, la gente s’identifica nella squadra e la loro passione è smisurata come il nostro impegno. Questo mi dà il fuoco dentro per dare il massimo ogni giorno. Cosa ho dato a Lecce? Ho avuto la cittadinanza onoraria, 10 anni di Serie A, 3 campionati su 4 vinti in B, 8 titoli giovanili, tanti campioni tirati fuori che sono nella memoria, Primavera sempre in A. Ci siamo sforzati di fare un calcio vero senza alterare i radici. Cosa ho tolto? I calciatori che erano diventati importanti, idoli, ho dovuto e l’ho fatto per stabilità economica. Ho sempre pensato che se non si cambia e se non hai il coraggio di cambiare sei destinato a scomparire. Il club deve essere virtuoso e creativo e deve dare la possibilità di crescere a chi ha ambizioni. A volte non viene capito e digerito”.
Sogno per la prima squadra
“Questo progetto tecnico lo abbiamo iniziato 6 anni fa, ha portato una promozione e 4 anni di A. La proprietà capeggiata da Sticchi Damiani, che tanto si adopera come ad esempio per stadio, centro sportivo, attrezzature, ci fa crescere. Si può competere solo con le idee? Essere creativi e virtuosi può essere un vantaggio per ognuno di noi, dobbiamo essere sostenibili e senza debiti valorizzando giovani”.
Il Lecce degli anni Duemila
“Il 2004/2005 con Zeman a 66 gol, uno in meno della Juventus capolista? Racconto un aneddoto. Anche lì ebbi quel coraggio sapendo di avere Vucinic, Bojinov e Konan presi un tecnico, Zeman, che arrivava da 7 esoneri e l’anno prima arrivò ultimo in B con l’Avellino. Nessuno pensava avessi il coraggio di riportarlo in A”.
Cosa emoziona oggi
“Nonostante tanti traguardi raggiunti in carriera ci sono ancora ci sono tanti motivi che mi emozionano e mi stimolano a dare di più nel mio territorio. Vedo le famiglie allo stadio, i bambini con la maglia del Lecce che tifano Lecce a differenza di una volta quando si tifava altro con il Lecce in altre categorie. Vedo il supporto dei tifosi, ti incitano per strada. Siamo l’unica squadra del Sud oltre il Napoli in A. Ci fa orgoglio e cerchiamo di non deludere dando il massimo. La caduta può essere dietro l’angolo, lo sappiamo”.
La vita di Corvino fuori dal calcio
“Cosa c’è dopo il calcio? La cosa più importante per me, la mia famiglia. Il valore della famiglia è importante, non l’ho mai perso anche stando lontano da casa. Oggi dopo 51 anni sono all’ultima curva, anzi l’ho superata e vedo il traguardo vicino. Non vedo l’ora anche di poter metaforicamente parlando abbracciare la mia famiglia. Anche se forse non succederà, vorrei morire in pista come i cavalli di razza. Conte dopo una partita usò una mia frase ‘posso sbagliare la moglie ma non l’attaccante’. Ho disegnato su tutto il mio prospetto di casa tutti gli attaccanti, Francioso e Miccoli al Casarano, Chevanton, Bojinov, Lucarelli, Sesa, Vugrinec per il Lecce, Simeone, Vlahovic, Seferovic, Ljajic, Toni alla Fiorentina”
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