La Corte di Cassazione ha confermato la legittimità dell’annullamento degli arresti domiciliari per l’imprenditore barese Maurizio Laforgia, coinvolto in un’inchiesta su presunti rapporti illeciti tra imprenditoria e politica, respingendo il ricorso presentato dalla Procura di Lecce. Le motivazioni della decisione, depositate a distanza di oltre un mese dall’udienza del 12 novembre, chiariscono i fondamenti giuridici su cui si basa il pronunciamento della seconda sezione penale.
Secondo la Suprema Corte, il Riesame ha correttamente escluso l’attualità delle esigenze cautelari, ritenendo che il quadro indiziario non giustificasse la prosecuzione di una misura restrittiva della libertà personale. I giudici hanno ribadito che il ricorso in Cassazione può essere accolto solo in presenza di violazioni normative evidenti o di illogicità manifeste nel ragionamento dei giudici di merito, non per una mera diversa interpretazione dei fatti.
Due elementi sono stati determinanti per il rigetto del ricorso. Il primo riguarda l’effetto delle dimissioni di Alessandro Delli Noci, politico coinvolto nell’indagine, che avrebbe avuto un ruolo chiave nel presunto sistema relazionale in cui Laforgia agiva da intermediario. L’uscita di scena di Delli Noci avrebbe di conseguenza attenuato il rischio di reiterazione. Il secondo aspetto è legato alla datazione dei reati attribuiti a Laforgia: l’ultimo episodio contestato risale al 2020, un periodo significativamente anteriore all’applicazione della misura cautelare, rendendo così priva di attualità ogni esigenza restrittiva.
La Corte ha inoltre respinto la logica dell’automatismo accusatorio, rigettando l’idea che la sola contestazione di un reato permanente o l’appartenenza a un presunto gruppo criminale possano giustificare misure cautelari per tutti i soggetti coinvolti. I giudici hanno chiarito che l’esistenza di un’associazione a delinquere non comporta automaticamente la necessità di misure restrittive per ogni indagato, ma è necessario dimostrare la concreta e attuale partecipazione di ciascuno all’attività del gruppo.
Durante l’udienza di novembre, sia la Procura Generale che la difesa si sono espresse sull’ammissibilità del ricorso. La difesa di Laforgia, affidata agli avvocati Michele Laforgia e Viola Messa, ha sottolineato l’assenza di contestazioni al ridimensionamento del quadro indiziario da parte del Riesame, rilevando inoltre la mancanza di prove su contatti con funzionari regionali successivi al 2020. I legali hanno anche evidenziato la netta diminuzione dei rapporti con Delli Noci, con soli cinque contatti telefonici intercorsi in due anni.
Nonostante la conferma dell’annullamento della misura cautelare, l’impianto accusatorio della Procura non ha subito modifiche. I pubblici ministeri Massimiliano Carducci e Alessandro Prontera, titolari dell’inchiesta, hanno ribadito nella chiusura delle indagini l’esistenza di una presunta associazione a delinquere, al cui vertice vi sarebbe stato l’imprenditore Alfredo Barone. In tale struttura, Laforgia sarebbe stato indicato come uno degli organizzatori, insieme ad altri indagati, tra cui Italia Santoro, Marino Congedo, Alessandro Delli Noci, Michele Barba e Corrado Congedo.