L’operazione “Pit Bull”, che ha portato all’arresto di 17 persone e a misure cautelari per 18, affonda le sue radici in un episodio avvenuto nel marzo 2022. Allora, un giovane di 22 anni di Taviano fu attirato con l’inganno in un appartamento, con il pretesto di un chiarimento. Quello che sembrava un incontro ordinario si trasformò invece in un agguato: il ragazzo venne picchiato, minacciato e costretto a consegnare denaro per un debito legato alla droga. La violenza non si fermò lì: fu obbligato a guidare la propria auto, mentre due aggressori lo accompagnavano per recuperare i soldi a casa. Perfino le chiavi del veicolo gli furono sottratte per impedirgli ogni tentativo di fuga.
Quell’episodio, inizialmente registrato come un comune fatto di cronaca, si rivelò la scintilla che avrebbe innescato un’indagine di vasta portata. I Carabinieri del Comando provinciale di Lecce, attraverso intercettazioni, pedinamenti e osservazioni mirate, compresero presto che dietro quel pestaggio si celava un’organizzazione criminale ben strutturata, capace di gestire ingenti quantitativi di stupefacenti e di esercitare un controllo mafioso sul territorio.
L’indagine, proseguita per mesi, ha documentato traffici di cocaina, eroina, marijuana e hashish, smerciati non solo nei comuni del basso Salento, ma anche lungo le zone costiere più frequentate. L’organizzazione non esitava a utilizzare violenza e intimidazioni per mantenere la propria egemonia, ricalcando modalità riconducibili alla Sacra Corona Unita.
Al vertice del gruppo è stato individuato Vito Paolo Vacca, 31 anni, nipote dello storico boss Vito Paolo Troisi. La sua ascesa è avvenuta dopo la morte del padre Angelo Salvatore Vacca, ergastolano per omicidio, deceduto nell’agosto 2024. Proprio i funerali del padre, celebrati con una cerimonia sfarzosa e dal forte valore simbolico, hanno rappresentato un segnale eloquente della volontà di riaffermare il potere della famiglia sul territorio.
Attorno a Vacca, secondo le indagini, si muoveva un gruppo coeso che comprendeva anche figure femminili di primo piano. Le donne di famiglia non avevano ruoli marginali, ma si occupavano attivamente di stoccaggio, spaccio e gestione della contabilità. La moglie del capo, in particolare, avrebbe preso in mano le redini dello spaccio in assenza del marito, dimostrando capacità organizzative e piena partecipazione agli affari illeciti.
Il nome in codice dell’operazione, “Pit Bull”, deriva dalla presenza di cani da guardia della stessa razza, che durante una prima perquisizione si scagliarono contro i militari. Un dettaglio che ben rappresenta l’aggressività e la pericolosità del gruppo.
Il bilancio dell’azione coordinata dai Carabinieri è notevole: 22 chili di cocaina, 10 chili di marijuana, 3,5 chili di eroina e 9 chili di hashish sequestrati, oltre a beni per circa 91.000 euro. Un duro colpo a un’organizzazione che, secondo le stime investigative, era in grado di generare profitti milionari.
Oggi i 33 indagati restano sottoposti al vaglio dell’autorità giudiziaria. L’ordinanza di custodia cautelare è stata emessa dal Gip del Tribunale di Lecce, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia, che ha condiviso le risultanze delle indagini.