L’indagine antimafia e antidroga denominata “Fortezza” ha portato all’arresto di 40 membri del clan Afendii-Caraccio, gli accusati dovranno comparire davanti al giudice per l’udienza preliminare il prossimo 10 settembre. L’operazione, scattata all’alba del 7 marzo, ha smantellato un’organizzazione criminale che faceva capo ad Antonio Amin Afendi, ucciso pochi giorni prima del blitz.
Le accuse contro il clan Afendii-Caraccio sono gravi e dettagliate. Secondo le carte dell’inchiesta, Afendi continuava a perpetrare reati, anche con l’uso di armi, ed era considerato un soggetto altamente pericoloso. Negli ultimi dieci anni, il suo coinvolgimento in attività criminali ha subito una crescita esponenziale, culminando in numerosi episodi violenti.
Nel novembre 2020, Afendi è stato protagonista di un episodio di violenza stradale. Dopo un diverbio per una mancata precedenza, ha estratto un coltello ferendo il suocero di Luca Sarcinella, l’uomo che ha posto fine alla sua carriera criminale con tre colpi di pistola. Le dichiarazioni di un pusher, che si è presentato ai carabinieri dopo un pestaggio, hanno permesso di ricostruire i meccanismi interni del sodalizio. Il collaboratore, coinvolto nello spaccio di marijuana e hashish, ha rivelato che Afendi si stava preparando a una futura guerra a causa di minacce ricevute dal carcere.
Ivan Caraccio, capo del sodalizio rivale e già coinvolto nell’operazione “Diarchia”, avrebbe pianificato l’uccisione di Afendi per riprendere il controllo di Casarano. Negli anni, Caraccio era stato considerato inaffidabile e pericoloso, tanto da rischiare la vita per mano dello stesso clan di cui faceva parte.
Le tensioni interne e i contrasti tra le famiglie dei sodali venivano spesso gestiti da Afendi, che interveniva personalmente per risolvere situazioni di conflitto. Questo controllo capillare sul territorio e sulle dinamiche interne al clan ha reso l’organizzazione particolarmente pericolosa e difficile da smantellare.