Si conclude con due condanne a tre anni di reclusione un capitolo della lunga vicenda giudiziaria legata alla morte di Ivan Ciullo, il dj 34enne di Racale conosciuto con il nome di “Navi”, trovato senza vita all’alba del 22 giugno 2015 nelle campagne di Acquarica del Capo.
La giudice del tribunale di Lecce Laura Orlando ha riconosciuto la responsabilità di Roberto Lazzari e Alessandro Congedo per il reato di calunnia in concorso. La contestazione riguarda un procedimento distinto rispetto agli accertamenti sulla morte del giovane, concentrato sulle accuse che sarebbero state rivolte a un consulente tecnico incaricato dalla Procura.
Secondo la ricostruzione accusatoria, i due professionisti, nominati consulenti dalle parti offese nel fascicolo sulla scomparsa di Ciullo, avrebbero predisposto una relazione tecnica successivamente depositata in Procura nella quale venivano evidenziate presunte falsità e omissioni attribuite a Claudio Leone, consulente tecnico nominato dal pubblico ministero.
In particolare, a Leone sarebbe stata contestata la mancata valutazione di alcuni elementi informatici a sua disposizione. Per l’accusa, però, quelle accuse sarebbero state formulate pur nella consapevolezza dell’innocenza del consulente. I fatti contestati risalgono al 12 marzo 2021.
La consulenza tecnica al centro del procedimento
Il processo ha avuto origine dalla relazione tecnica depositata nel marzo 2021, elaborata dal criminologo Roberto Lazzari sui materiali informatici acquisiti nel 2017 nell’ambito degli accertamenti disposti dalla Procura sul telefono dell’unico indagato dell’epoca.
Alla consulenza era stata affiancata la relazione dell’esperto informatico forense Alessandro Congedo. Il documento era stato presentato dai legali della famiglia Ciullo al magistrato titolare del fascicolo e, secondo quanto sostenuto all’epoca dai rappresentanti della famiglia, avrebbe evidenziato elementi ritenuti non adeguatamente approfonditi nella precedente consulenza tecnica d’ufficio.
Una battaglia giudiziaria durata oltre dieci anni
La vicenda relativa alla morte di Ivan Ciullo si è sviluppata attraverso un lungo percorso giudiziario caratterizzato da diverse fasi investigative. Il fascicolo, inizialmente aperto per l’ipotesi di istigazione al suicidio, è stato successivamente riqualificato nel 2023 con l’ipotesi di omicidio, portando all’iscrizione nel registro degli indagati di due persone.
Nel corso degli anni il procedimento principale è stato archiviato più volte, fino all’ultimo provvedimento del luglio 2025, quando la gip di Lecce Tea Verderosa ha disposto la chiusura delle indagini nonostante l’opposizione presentata dalla famiglia, che aveva richiesto ulteriori approfondimenti investigativi.
I familiari di Ivan, la madre Rita Bortone, il padre Sergio Martella e la sorella Daniela, hanno continuato a chiedere nuovi accertamenti, presentando anche una diffida al Ministero della Giustizia nella quale venivano segnalate presunte criticità nell’attività di ricostruzione dei fatti.
Le conseguenze della sentenza
La decisione del tribunale di Lecce ha stabilito, oltre alla pena detentiva, anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni per entrambi gli imputati.
Disposto inoltre il risarcimento dei danni nei confronti di Claudio Leone, costituitosi parte civile attraverso l’avvocato Luigi Covella. Una prima somma, immediatamente esecutiva, è stata fissata in 10mila euro, mentre l’eventuale ulteriore risarcimento sarà determinato in un successivo procedimento.
La sentenza riguarda dunque esclusivamente il reato di calunnia contestato ai due consulenti e non modifica direttamente l’esito del procedimento sulla morte di Ivan Ciullo, una vicenda che continua ad aver segnato profondamente la sua famiglia e il territorio salentino.
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