Il 10 dicembre 1969 a Palermo, è una giornata che segnò un punto di svolta nella storia di Cosa Nostra, la strage di viale Lazio, al n.108. Questo evento sanguinoso avrebbe avuto ripercussioni sulla città e sulla criminalità organizzata.
Michele Cavataio, un boss mafioso noto per essere un ostacolo a Cosa Nostra, fu eliminato, in una maniera brutale, da un gruppo armato. Oltre a Cavataio, furono eliminate altre figure chiave come il padrino dell’Acquasanta, noto come “Il Cobra”. La violenza dilagata, non risparmiò neanche figure estranee al mondo della mafia, come l’imprenditore Francesco Tumminello, il ragioniere Salvatore Bevilacqua e Giovanni Domè, un custode che si trovava lì per caso. L’agguato fu brutale e inaspettato, con i killer travestiti da membri della Guardia di Finanza.
Dopo il massacro, i superstiti del commando fuggirono, portando con sé il corpo di Bagarella, che non fu mai ritrovato. Questo evento consolidò il potere di figure come Bernardo Provenzano e Totò Riina. La strage di viale Lazio, pianificata e eseguita con fredda precisione, rappresentò un punto di svolta per le dinamiche di potere all’interno di Cosa Nostra. I “corleonesi” iniziarono la loro ascesa, ridisegnando le alleanze e le sfere d’influenza delle varie famiglie mafiose.
Sulle indagini di questo caso si concentrò l’attenzione del magistrato Rocco Chinnici. Solo molti anni dopo, grazie alle rivelazioni di collaboratori di giustizia come Gaetano Grado, fu possibile identificare i responsabili e portarli davanti alla giustizia, in un processo che culminò nel 2009.
Nonostante la risoluzione parziale del caso, molti aspetti rimangono avvolti nel mistero, inclusa la sorte del cosiddetto “tesoro di Cavataio”.
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