Si chiude con un’assoluzione piena il lungo e doloroso capitolo giudiziario che vedeva un giovane uomo del basso Salento, accusato di aver abusato sessualmente della cugina, all’epoca dei fatti minorenne. La Corte d’Appello di Lecce ha ribaltato totalmente il verdetto di primo grado, prosciogliendo l’imputato dalle gravissime accuse che pendevano su di lui.
In primo grado, il Tribunale aveva ritenuto attendibile la ricostruzione della parte offesa, condannando l’uomo a una pena severa: 7 anni di reclusione, oltre alle pene accessorie previste dalla legge. Tuttavia, i giudici di secondo grado hanno accolto le istanze dei legali della difesa, pronunciando una sentenza di assoluzione con la formula più ampia: “perché il fatto non sussiste”.
Il caso, scaturito da fatti risalenti a diversi anni fa, si fondava principalmente sulle dichiarazioni della presunta vittima. Secondo l’impianto accusatorio iniziale, il giovane avrebbe sfruttato il legame di parentela per costringere la ragazza a subire atti sessuali.
La strategia difensiva è riuscita però a scardinare tale ricostruzione, evidenziando:
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Incongruenze narrative: discrepanze nel racconto fornito dalla persona offesa nel corso del tempo.
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Assenza di riscontri: mancanza di prove esterne o testimonianze terze in grado di confermare oggettivamente le accuse.
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Dubbi sulla dinamica: la difesa ha sostenuto l’assenza di qualsiasi forma di violenza o costrizione, mettendo in discussione la stessa natura degli eventi contestati.
La Corte d’Appello ha ritenuto che il quadro probatorio non fosse sufficientemente solido per confermare la colpevolezza dell’imputato. Seguendo il principio cardine del diritto penale, secondo cui una condanna deve poggiare su prove certe “oltre ogni ragionevole dubbio”, i giudici hanno optato per l’assoluzione totale.
Oltre agli aspetti legali, la sentenza mette fine a una vicenda che ha lacerato profondamente un intero nucleo familiare. Trattandosi di parenti stretti, il processo ha segnato per anni i rapporti tra i diversi rami della famiglia, portando a tensioni e fratture che la parola “fine” del tribunale spera ora di poter, almeno in parte, lenire.
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