In sei anni la provincia di Lecce ha perso quasi mille negozi | L’indagine

Confcommercio Puglia analizza l'andamento territoriale del settore, mettendo in guardia dai costi economici e sociali della desertificazione del settore. Il 9 e 10 settembre scatta la mobilitazione

In una rete del commercio al dettaglio pugliese che in sei anni si è ridotta di 6.201 attività (erano 65.408 nel 2019, sono diventate 59.207 nel 2025), la provincia di Lecce è passata da 15.520 a 14.539 attività, con 981 imprese in meno (-6,3%). Nella città di Lecce si è passati in questo periodo da 3.464 a 3.301: -163 (-4,7%). Un calo, quello della provincia salentina, inferiore a quello registrato nelle province di Bari (.15,7%), Foggia (-12,8%) e BAT (-14,3%), ma comunque molto consistente.

In tutta la Puglia, calcola Confcommercio, sono stati sottratti potenzialmente ai territori oltre 930 milioni di euro di consumi. Con 8mila posti di lavoro persi.

“Non stiamo perdendo soltanto negozi, ma imprese, autonomia economica e presìdi delle nostre comunità” è l’allarme della presidente di Confcommercio Puglia, Raffaella Altamura, commentando l’elaborazione dei dati territoriali realizzata dall’associazione nell’àmbito dell’iniziativa nazionale ‘Presentiamo i conti – La contabilità territoriale del processo di desertificazione’ promossa a sostegno della raccolta firme per la proposta di legge di iniziativa popolare ‘Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità’.

Una fotografia che Confesercenti Puglia ha scelto di leggere non soltanto attraverso il numero delle imprese scomparse, ma misurando anche l’impatto economico e occupazionale della trasformazione in atto.

Nel dettaglio, l’elaborazione attribuisce alla provincia di Bari circa 410 milioni di euro, a Foggia 198 milioni, a Lecce 147 milioni, alla BAT 134 milioni, a Taranto 22 milioni e a Brindisi 20 milioni.

Confesercenti precisa che non si tratta di una misurazione contabile della perdita di PIL o di fatturato effettivamente verificatasi, ma di un indicatore convenzionale dell’ordine di grandezza dei consumi potenzialmente non più intercettati dal commercio locale.
La stessa analisi nazionale evidenzia come il commercio fisico agisca da vera e propria infrastruttura territoriale: attiva occupazione, immobili, servizi professionali, manutenzioni e fiscalità locale e contribuisce alla sicurezza e alla coesione sociale.

Per la presidente Altamura i 930 milioni di euro rappresentano un indicatore che rende immediatamente comprensibile la dimensione economica del problema: “Quando un’attività chiude non perdiamo soltanto il fatturato di quell’impresa. Si interrompe una catena economica fatta di fornitori, professionisti, locazioni, manutenzioni, servizi e consumi che si alimentano reciprocamente. E perdiamo qualcosa che nessuna statistica riesce fino in fondo a monetizzare: una vetrina accesa, una strada frequentata, un servizio vicino a casa, una relazione quotidiana e un presidio del territorio”.

L’elaborazione Confesercenti sintetizza questo meccanismo con un dato: su 10 euro spesi nelle attività fisiche circa 7 si radicano nel territorio, mentre su 10 euro spesi online attraverso le grandi piattaforme circa 7 tendono a delocalizzarsi.

È in questo quadro che il 9 e 10 settembre Confesercenti intensificherà la mobilitazione per la raccolta delle firme a sostegno della proposta di legge di iniziativa popolare “Misure per la rigenerazione urbana del commercio e dei servizi di prossimità”. L’obiettivo nazionale è raggiungere le 50 mila firme necessarie.

Redazione

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