In Puglia non è stata ancora raggiunta sull’intesa sul prezzo del pomodoro da industria. Una situazione che penalizza soprattutto la provincia di Foggia, che rappresenta il 90% della produzione pugliese e circa il 35% di quella totale italiana, ma anche i territori di Brindisi (950 ettari), Taranto (450), Lecce (420) e della BAT (260 ettari).
“È una situazione di stallo che aumenta le incertezze e le difficoltà del settore”, spiega Rino Mercuri, presidente di CIA Capitanata. “Senza un prezzo di riferimento, i produttori non possono farsi i conti in tasca e sono in grande difficoltà: sono aumentati i costi dell’acqua, in quanto il Consorzio di Bonifica della Capitanata ha ridotto i metri cubi per ettaro. I concimi azotati e il carburante hanno raggiunto costi esorbitanti. sono aumentati i costi dell’acqua, in quanto il Consorzio di Bonifica della Capitanata In questo modo è impossibile programmare”.
“Quest’anno non ci sarà il problema della siccità – spiega Mercuri – ma i costi di produzione sono aumentati e le proposte dell’industria per il 2026 sembrano orientate al ribasso, seguendo il trend del Nord”.
Molto chiara la presa di posizione di Gennaro Sicolo, presidente di CIA Agricoltori Italiani di Puglia: “Sul pomodoro da industria, al Centro Sud occorre superare questa fase di stallo nelle trattative e trovare quanto prima un accordo sul valore che la parte industriale deve riconoscere ai produttori. Un’intesa che garantisca la giusta redditività agli agricoltori, tenendo ben presenti i parametri economici dei costi di produzione che, come certificato da uno studio del CREA, al Sud sono purtroppo molto più alti rispetto al Nord. Per decidere di trapiantare, è giusto e necessario che i produttori abbiano un minimo di certezze, visto che devono già accollarsi per intero i rischi rappresentati da eventi climatici estremi e dalle crescenti difficoltà nel trovare manodopera. La maggiore incidenza è relativa al costo del lavoro (27% al nord e 29% al sud), al costo lavoro macchine (14% al nord e 17% al sud) e all’acquisto di sementi (14% al nord e 15% al sud). Al di là dell’incidenza, quello che desta particolare attenzione è la notevole differenza che si registra su determinate voci di costo, molto più alte al sud che al nord. Nel Distretto sud, infatti, il costo di acquisto di sementi e piantine segna un +48% rispetto al nord mentre i costi di acquisto e utilizzo di agrofarmaci per la difesa delle colture registrano un +59%. Da evidenziare – conclude Sicolo – il costo delle risorse idriche superiore addirittura del 71%. Al sud più elevati anche i costi delle macchine (+68%) per il maggior ricorso al contoterzismo, così come il costo del lavoro (+58%) legato al maggiore fabbisogno di personale per la tipologia di raccolta”.
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