Arnesano, originario di Carmiano e per anni inserito nel pool antimafia della Procura di Lecce specializzato nei reati contro la pubblica amministrazione, fu arrestato nel dicembre 2018. All’epoca, l’indagine coordinata dalla Procura di Potenza aveva rivelato che l’ex pm avrebbe favorito dirigenti dell’Asl e alcune avvocate in cambio di benefici personali, tra cui battute di caccia, prestazioni sessuali, farmaci e persino posti di lavoro per parenti.
La condanna definitiva a sei anni di reclusione è arrivata al termine di un lungo iter processuale: condannato in appello a dieci anni, la Cassazione ha poi confermato una pena inferiore.
Dopo l’arresto, Arnesano fu detenuto per circa venti giorni, poi assegnato ai domiciliari per sei mesi, seguiti dall’obbligo di dimora. Il Consiglio superiore della Magistratura ne aveva sospeso le funzioni già nel gennaio 2019. Nonostante i tentativi della difesa di sospendere il giudizio disciplinare in attesa della chiusura dell’intero procedimento penale.
L’intera vicenda, che ha messo in luce uno dei casi più controversi della magistratura pugliese, ha sollevato serie preoccupazioni sull’autonomia e l’imparzialità del sistema giudiziario, in particolare quando coinvolge direttamente chi è chiamato a tutelare la legalità. Favori in cambio di Viagra, vantaggi economici, relazioni personali e favori giudiziari hanno rappresentato il centro dell’inchiesta condotta dalla Guardia di Finanza di Lecce, un’indagine che ha svelato una fitta rete di relazioni opache tra giustizia e sanità.
Arnesano, trasferito negli ultimi mesi della sua carriera in un altro ufficio, aveva cercato di rallentare l’azione disciplinare presentando un’istanza di sospensione. Tuttavia, il Csm ha respinto ogni richiesta, ritenendo che le violazioni contestate non lasciassero spazio a provvedimenti più lievi. Contro la decisione, l’ex magistrato potrà ora ricorrere in Cassazione.
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