La “gang del bosco” e il ruolo della scuola

Su quanto denunciato a Galatina interviene il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani

24esprime profonda preoccupazione per gli sviluppi giudiziari legati alla vicenda di Galatina, che vede coinvolti alcuni giovani accusati di aver perseguitato e aggredito un ragazzo con fragilità sanitarie e di origine tunisina, vittima, secondo quanto emerso dalle indagini, di una lunga sequenza di umiliazioni, violenze e intimidazioni culminate nella diffusione delle immagini dell’aggressione sui social network.

Vicende come questa – per Romano Pesavento, presidente CNDDU – impongono una riflessione che non può fermarsi alla condanna del singolo episodio né rifugiarsi in definizioni che rischiano di attenuarne la portata. La parola “bullismo”, pur individuando un fenomeno reale e drammatico, talvolta appare insufficiente a restituire la complessità di situazioni nelle quali la violenza assume caratteristiche più profonde: la reiterazione della persecuzione, la ricerca del consenso del gruppo, l’umiliazione sistematica della vittima, l’esibizione pubblica dell’atto aggressivo e, secondo quanto contestato dagli inquirenti, l’eventuale presenza di una componente di odio razziale.

L’aspetto più inquietante di questa vicenda, viene rilevato, non è soltanto la brutalità dell’azione, ma la sua trasformazione in rappresentazione. La sofferenza della vittima non interrompe il gesto violento; sembra, al contrario, diventarne parte integrante. L’aggressione non si esaurisce nell’atto fisico: necessita di essere ripresa, condivisa, resa visibile. È come se la violenza cercasse uno spazio pubblico in cui essere riconosciuta e legittimata. Questo elemento ci pone davanti a un interrogativo che riguarda direttamente il mondo adulto e la sua responsabilità educativa.

“La questione centrale – commenta Romani – non consiste soltanto nel comprendere perché alcuni giovani abbiano agito con tale ferocia. Occorre chiedersi in quale contesto culturale possa maturare una progressiva perdita della percezione dell’altro come persona. Quando l’altro smette di essere riconosciuto nella sua dignità, nella sua fragilità e nella sua storia, rischia di diventare un oggetto su cui esercitare potere, uno strumento attraverso cui conquistare appartenenza e visibilità, un mezzo per affermare sé stessi all’interno del gruppo. In questa prospettiva la scuola non può essere considerata un semplice presidio chiamato a intervenire quando il danno si è già prodotto. Troppo spesso negli ultimi anni si è attribuito all’istituzione scolastica un ruolo prevalentemente riparativo: si chiede alla scuola di contrastare il bullismo, di arginare la violenza giovanile, di correggere gli effetti di fratture sociali, culturali e relazionali che hanno origini ben più ampie. Le si chiede di intervenire sulle conseguenze, mentre raramente si affrontano con la stessa determinazione le cause”.

“La scuola, tuttavia, – sottolinea – non può limitarsi a svolgere una funzione di contenimento delle emergenze sociali. La sua missione più profonda consiste nel costruire persone e cittadinanza, nel formare coscienze capaci di comprendere il significato del limite, del rispetto reciproco e della responsabilità verso l’altro. Educare ai diritti umani non può ridursi a percorsi occasionali o a momenti celebrativi affidati alle sole ricorrenze istituzionali. I diritti umani rappresentano un orizzonte culturale che deve attraversare quotidianamente l’esperienza educativa, incidendo sulle relazioni, sul linguaggio, sulle pratiche didattiche e sulla vita concreta delle comunità scolastiche”.

L’episodio di Galatina richiama anche una riflessione più ampia sul modello di relazioni che la società contemporanea propone alle nuove generazioni. Viviamo in un tempo in cui visibilità ed esposizione pubblica sembrano assumere un peso crescente, mentre l’aggressività e la sopraffazione vengono talvolta percepite come strumenti di affermazione personale. In tale contesto, il lavoro educativo diventa ancora più complesso e, proprio per questo, ancora più necessario.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene indispensabile rafforzare una visione della scuola che torni a riconoscerne pienamente la funzione culturale, civile e democratica. Non si tratta soltanto di trasmettere conoscenze o competenze tecniche, ma di costruire gli anticorpi morali e civili necessari a impedire che l’indifferenza diventi normalità. “Galatina – conclude Romano – non può essere considerata una parentesi dolorosa destinata a essere sostituita dalla prossima notizia di cronaca. Ogni volta che un ragazzo viene privato della propria dignità, la questione riguarda l’intera comunità educativa e civile. E ogni volta che una fragilità diventa bersaglio collettivo, la risposta non può essere soltanto giudiziaria: deve essere soprattutto culturale”.

Redazione

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