Caso Ivan Ciullo, i genitori diffidano il Ministero della Giustizia: “Perse le prove per arrivare alla verità”

La famiglia del dj salentino chiede 465mila euro di risarcimento per le presunte omissioni nelle indagini: “Ritardi e carenze hanno reso impossibile una verità giudiziaria attendibile”

I genitori di Ivan Ciullo, il dj salentino 34enne trovato impiccato a un albero di ulivo il 22 giugno 2015 nelle campagne di Acquarica del Capo (Lecce), per la Procura morto suicida, hanno diffidato e messo in mora il Ministero della Giustizia con una richiesta di risarcimento danni «per la responsabilità derivante dalle gravi e reiterate omissioni dell’apparato statale nell’accertamento delle cause della morte» del figlio.

L’inchiesta sul decesso, aperta inizialmente per istigazione al suicidio e poi per omicidio, è stata archiviata per quattro volte, l’ultima a luglio 2025. Nel corso delle indagini erano stati individuati due indagati: un amico musicista della vittima e l’uomo con cui il 34enne aveva avuto una relazione sentimentale. Un percorso giudiziario lungo e complesso, segnato da cambi di impostazione investigativa e da atti ritenuti dalla famiglia tardivi o incompleti.

Tra le richieste avanzate al Ministero dalla madre Rita Bortone, dal padre Sergio Martella e dalla sorella della vittima Daniela Ciullo, attraverso il loro legale, l’avvocato Paolo Maci, ci sono quella di «prendere formale posizione» con riferimento alle presunte responsabilità istituzionali, l’avvio di «un’interlocuzione finalizzata alla definizione risarcitoria della vicenda» e di provvedere entro 60 giorni al risarcimento dei danni, quantificati in 465mila euro.

Nella diffida, i familiari evidenziano come «la tardiva esecuzione dell’autopsia», avvenuta quasi quattro anni dopo la morte, lo smarrimento dei vestiti e delle scarpe della vittima e la «gestione deficitaria» delle consulenze informatiche «non rappresentano semplici carenze procedurali, ma costituiscono le cause dirette della perdita della possibilità di accertamento giudiziario della verità». È su questo punto che si fonda, secondo loro, il nesso tra condotta dello Stato e impossibilità di arrivare a una ricostruzione pienamente affidabile dei fatti.

«È su questo nesso causale – secondo la famiglia – che si fonda la responsabilità dello Stato: non perché l’indagine non abbia prodotto un determinato esito, ma perché, attraverso ritardi e omissioni imputabili all’apparato pubblico, ha reso impossibile giungere a una verità giudiziaria attendibile, con conseguente lesione dei diritti inviolabili dei familiari».

Redazione

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