Le parole di un genitore non sono mai neutre agli occhi di un figlio. Possono attenuare paure e delusioni, ma alcune domande restano difficili da affrontare, soprattutto quando riguardano un’esclusione.
Una sera di giugno, G. (iniziale di fantasia per tutelarne la riservatezza) ha mostrato ai genitori una fotografia ricevuta sullo smartphone. Nell’immagine comparivano alcuni compagni di scuola riuniti per una cena di fine anno in un comune dell’hinterland leccese. Da quella foto è emersa la consapevolezza di non essere stato invitato.
La scoperta più amara è arrivata il giorno successivo. Dietro quella serata c’era una chat organizzativa alla quale, secondo gli screenshot raccolti dalla famiglia, partecipava anche un’insegnante. Nei messaggi comparivano commenti e battute sul ragazzo, accompagnati da emoji della docente. In uno scambio segnalato dai genitori, uno studente lo identificava con il termine «disabile» e l’insegnante sarebbe intervenuta sostituendo quella definizione con un altro aggettivo, senza interrompere la conversazione.
L’episodio ha portato all’apertura di un procedimento disciplinare nei confronti della docente, che successivamente ha inviato una lettera formale di scuse alla famiglia.
Per i genitori, tuttavia, non si tratta soltanto di una cena mancata o di una cattiveria tra adolescenti. A pesare maggiormente sarebbe il coinvolgimento di una figura adulta, soprattutto alla luce delle fragilità del ragazzo, adottato e seguito anche nel suo percorso scolastico.
La famiglia ha chiesto alla scuola di chiarire quanto accaduto e sta valutando possibili iniziative legali. L’obiettivo, spiegano i genitori, non è puntare il dito contro gli studenti, ma riflettere sul ruolo degli adulti nella prevenzione di bullismo e cyberbullismo.
Perché un docente, anche all’interno di una chat informale, resta un punto di riferimento. E quando l’esclusione di uno studente viene accettata o normalizzata, il tema non è più soltanto una cena tra compagni, ma il significato stesso dell’inclusione.
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