La vicenda risale al 2004, quando a una donna venne diagnosticato un tumore al fegato che in realtà non esisteva. La lesione era un angioma benigno di 18 centimetri, ma l’errore portò all’avvio di un trattamento chemioterapico durato quasi tre anni.
Secondo quanto accertato in sede giudiziaria, il medico prescrisse 57 somministrazioni di mitoxantrone tra l’agosto 2004 e l’aprile 2007, una terapia ritenuta inappropriata che provocò l’insorgenza di una grave leucemia mieloide acuta. Soltanto nel 2007 venne accertata la reale natura benigna della massa epatica.
Nel giugno 2008 la paziente fu ricoverata al Policlinico San Matteo di Pavia, dove le venne diagnosticata una grave sindrome mielodisplastica. Nonostante il successivo trapianto di midollo, le sue condizioni peggiorarono fino al decesso, avvenuto il 4 febbraio 2009 a causa delle complicanze sopraggiunte.
La vicenda aveva già portato alla condanna penale dell’oncologo. Nel procedimento civile, la giudice Caterina Stasi ha confermato la responsabilità dell’Asl e del professionista, riconoscendo ai familiari il risarcimento del danno biologico e morale, oltre ai danni trasmessi “iure hereditatis”.
Durante l’istruttoria è inoltre emerso che l’errore diagnostico avrebbe potuto essere evitato, confermando le criticità che hanno caratterizzato l’intero percorso clinico della paziente.
Seguici su
Aggiungi leccetomorrow.it alle tue fonti preferite e ricevi i nostri contenuti in cima ai risultati di ricerca.