Inchieste lockdown e sud-est, la procura chiede le condanne per 17 imputati

Maxi procedimento sul clan Pepe-Penza-Gagliardi: dopo il verdetto del rito abbreviato, si apre un nuovo capitolo per gli imputati che hanno scelto il processo ordinario. Al centro delle contestazioni anche presunti episodi di riciclaggio e trasferimenti di denaro all'estero.

La Procura di Lecce ha presentato le richieste di condanna per i 17 imputati coinvolti nelle inchieste “Lockdown” e “Sud-Est”, relative alle presunte attività illecite del clan Pepe-Penza-Gagliardi.

I due filoni investigativi sono stati riuniti in un unico procedimento dal giudice Stefano Sala. Gli imputati sono coloro che, durante l’udienza preliminare, non avevano scelto un rito alternativo e che hanno quindi affrontato il processo ordinario.

Le accuse, a vario titolo, comprendono associazione mafiosa, traffico di droga, riciclaggio, autoriciclaggio e trasferimento fraudolento di valori.

Il procedimento arriva dopo la conclusione del maxi processo celebrato con rito abbreviato, scelto da 143 imputati, tra cui alcuni dei soggetti ritenuti ai vertici dell’organizzazione criminale. In quel processo sono state inflitte condanne complessive superiori agli ottocento anni di carcere.

Tra le posizioni più rilevanti del processo ordinario c’è quella di Baldari, commercialista all’epoca dei fatti e presidente e consigliere del consiglio di amministrazione della “Vitruvio Società cooperativa”, con sede a Lecce. A giudicarlo è il collegio presieduto da Fabrizio Malagnino, insieme ai giudici Marco Marangio Mauro e Maddalena Torelli.

Secondo l’accusa, il commercialista avrebbe aiutato Roberta Legno, moglie di Antonio Marco Penza, già condannato per associazione mafiosa, a ripulire denaro di provenienza illecita.

Il sistema contestato sarebbe stato relativamente semplice: il denaro contante veniva consegnato alla cooperativa, fatto transitare sui suoi conti bancari e poi restituito alla donna attraverso bonifici, presentati formalmente come stipendi.

In questo modo, somme che avrebbero avuto un’origine illecita sarebbero state trasformate in pagamenti apparentemente regolari.

Nell’operazione sarebbero state coinvolte anche le collaboratrici del commercialista, Nicoletta Stanga e Giuliana Santarcangelo, entrambe imputate per autoriciclaggio.

Gli accertamenti della Guardia di Finanza avrebbero individuato nove bonifici effettuati tra maggio 2019 e settembre 2020, per un totale di circa 10.700 euro. I pagamenti risultavano giustificati come retribuzioni lavorative.

Per rendere credibile il sistema, secondo gli investigatori, sarebbero stati predisposti anche specifici contratti. Il 7 maggio 2019 sarebbe stato stipulato un contratto di assunzione a tempo indeterminato con Roberta Legno. Successivamente, il primo ottobre dello stesso anno, Baldari avrebbe sottoscritto con Antonio Marco Penza un contratto di lavoro come socio autonomo della cooperativa, con una retribuzione mensile netta di 2.500 euro.

Un’altra contestazione riguarda il trasferimento di denaro all’estero. Secondo la Procura, Baldari avrebbe disposto bonifici attraverso società a lui riconducibili, facendo confluire le somme sul proprio conto corrente in Bulgaria.

Il denaro trasferito ammonterebbe a circa 139mila euro. L’obiettivo, secondo l’accusa, sarebbe stato quello di rendere più difficile individuare la provenienza delle somme e ricostruire eventuali collegamenti con attività illecite.

Per le condotte contestate al commercialista viene inoltre riconosciuta l’aggravante mafiosa, in relazione al presunto collegamento delle operazioni con il contesto criminale oggetto delle indagini.

Le richieste della Procura rappresentano un nuovo passaggio del procedimento giudiziario sul clan Pepe-Penza-Gagliardi. Le accuse dovranno ora essere valutate dal collegio giudicante, chiamato a stabilire le eventuali responsabilità degli imputati.

Redazione

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